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Auguri mamma!


 

 

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Auguri mamma, oggi come non mai , avrei bisogno di te, di un tuo abbraccio, della consolazione di un tuo bacio. Fra le tue braccia si spegneva il mio pianto, si leniva ogni dolore. Tu mia complice, sorella e amica, mi manchi!

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Io mi diletto: la mia poesia Brandelli


AttachmentNon ascolto più questo tempo
che trasuda
brandelli d’anima
e mi avvinghio al presente
dove semino
aiuole d’infinito
per odorare le mie viole
rubate all’inverno.
E qui attendo,
seduta sul ciglio
il passare delle stagioni,
come donne fatali
su passerelle di diamanti
e m’invento
fasci di luce
ferirmi lo sguardo
assonnato e stanco
in questo abbraccio
che mi circonda
di silenzi,
mentre alzo il

capo
e tu ci sei.

—@Maria Cavallaro

Io mi diletto: La mia poesia Come l’onda


 

 

 

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Immersa

nella liquida carezza,

mi attraversa l’onda,

leggera,

come scivolar

di corpi innamorati,

nel fresco abbraccio

d’un talamo di seta.

Così t’amo

come l’onda

dove si spegne il giorno,

fra le braccia della marea.

Così m’ami

sulla pelle che ti cerca,

nel silenzio delle notti insonni

fra un sussurro e un battito,

e come ha scritto il tempo,

fra cirri e alate nuvole ,

nel rosa che si spegne lentamente.

Maria Cavallaro

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Io mi diletto: la mia poesia “Farfalle sulla neve”.


C’è un sole freddo stamattina, l’aria è attraversata da strani silenzi interrotti da un pigolare infreddolito di uccellini che chiamano la primavera. Ma ancora il mandorlo ha paura ad aprire le tenere corolle, solo le gialle campanule offrono un timido anticipo, punteggiando decise i crinali assolati e il ciglio delle strade di campagna e immaginiamo “Farfalle sulla neve” in attesa del risveglio!
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Infreddoliti
alimentiamo i desideri
in un abbraccio,
che sfugge
al nostro morire
di ogni giorno,
stupiti nello sbattere di ciglia.
Coccoliamo l’anima
come farfalle sulla neve,
smarrite
in cerca di fiori
e agitiamo le ali ubriache
del bianco intorno,
immaginando i colori
persi là,
dove la memoria
si veste di candore
e rossa,
solo la bocca
macchia di baci
la bianca coltre dei sensi.

Maria Cavallaro

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Il mio racconto di Natale: Le due solitudini


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Marina aveva finito di preparare la cena di Natale, aveva apparecchiato la tavola a festa per due , come quando c’era la sua povera mamma, le sembrava così di non essere tanto sola, aveva messo la tovaglia rossa e il candelabro d’argento con le candele rosse, i piatti di porcellana e i bicchieri di cristallo. Non aspettava nessuno lei, suo fratello era andato in America, lasciandola con la madre anziana, Marina aveva sperato per qualche tempo di trovare un compagno, era carina, istruita di buon gusto, ma gli uomini sembravano non accorgersi di lei, a volte si sentiva invisibile. Così festeggiava il Natale da sola e poi andava alla messa di mezzanotte, per stare in mezzo alla gente, per fare gli auguri a qualcuno, per sentirsi viva fuori da quel suo appartamento curato e lindo, ma pieno della sua solitudine. Prima che si facesse troppo tardi, chiuse il sacchetto della spazzatura, si mise in testa uno scialle e si apprestò a uscire sul pianerottolo per scendere fino cassonetto sotto casa sua. Il caso volle che proprio in quel momento, il suo dirimpettaio, un vedovo ancora piacente, che viveva in solitudine insieme al suo gatto bianco e sordo, si apprestasse a uscire, lei imbarazzata lo salutò sussurrando a fil di voce “Buon Natale!” Giorgio, così si chiamava, rispose al saluto e ricambiò gli auguri, quest’attimo di distrazione diede occasione  a Idrys, il gatto bianco di Giorgio, di uscire fuori e sfrecciando davanti a Marina, di entrarle in casa, forse attratto dal buon profumo della cena. Giorgio contrariato guardò Marina con aria di scuse e le chiese il permesso di entrare per recuperare il gatto, che non poteva sentire i suoi richiami perché sordo. Giorgio da quando era morta la moglie, cui era legatissimo, viveva in grande riservo, usciva solo per comprare il giornale e andare al supermercato e dal momento che non sapeva cucinare bene, ogni tanto si concedeva qualcosa alla rosticceria di fronte. Ed era lì che stava andando, quella sera non aveva voglia di mangiare la solita mozzarella, mezzo pollo con le patatine sarebbe andato  bene per lui e anche per Idrys, che non lo lasciava un minuto con lo sguardo, aspettando i bocconcini che generosamente gli lasciava cadere. Marina non poteva rifiutarsi di farlo entrare, anche perché pensava di aver lasciato sul tavolo una teglia fumante e  non le andava proprio che la sua cena di Natale finisse in bocca al gatto. Così vincendo il suo evidente imbarazzo, posò il sacchetto sul pianerottolo e  fece strada a Giorgio verso la cucina. Giorgio si fece tutto occhi e quando scorse la coda di Idrys sotto il tavolo si abbassò chiamandolo. Il gatto ubbidiente gli saltò in braccio miagolando e Giorgio ebbe un sospiro di sollievo vedendo che non aveva combinato guai. Poi si scusò ancora con Marina per il disturbo e lasciando cadere l’occhio sulla tavola apparecchiata per due, disse rivolto a Idrys: “Andiamo su birbaccione , la signorina attende un ospite, togliamo il disturbo!” Marina arrossì fino alla cima dei capelli, poi cercò di giustificarsi, raccontando di come fosse triste il Natale senza la sua mamma e di come le fosse di conforto apparecchiare la tavola anche per lei,  nei giorni di festa. Giorgio le chiese scusa e a sua volta le confidò la sua solitudine, dopo la perdita della moglie. Difatti il poveretto era proprio solo, non avevano avuto figli lui e la sua Luisa e quindi avevano vissuto l’uno per l’altro, insieme a quel gatto che era invecchiato con loro. Marina si asciugò una lacrima col dorso della mano e guardando Giorgio negli occhi, vide che anche lui aveva lo sguardo lucido e ad un tratto, accanto a quel signore distinto e tanto triste, si sentì meno sola. Prese il coraggio a due mani e con un fil di voce lo invitò a restare, la cena era abbondante e la tavola era già pronta. In fondo lei e Giorgio si conoscevano da sempre, che c’era di male a passare una serata di festa insieme, davanti a una buona tavola! Avrebbero sicuramente scacciato le loro solitudini. Giorgio si schermì un pò, ma in fondo aveva voglia di restare, quel buon profumo di cucina gli ricordava le belle cene che gli preparava la sua Luisa e che da tempo non sentiva, anche Idrys voleva restare e miagolò sornione. Così accettarono l’invito, Giorgio con la scusa di andare a chiudere la porta, prese dalla sua credenza una bella bottiglia di vino buono, che si concedeva nelle occasioni speciali e la portò a Marina, pregandola di aprirla per farla ossigenare. Si sedettero a tavola e mangiarono lentamente assaporando le pietanze prelibate e chiacchierando del più e del meno, anche Idris ebbe la sua porzione in un vecchio piattino che Marina gli aveva messo vicino alla sedia di Giorgio. Il tempo era trascorso piacevolmente, quando la campana della chiesa battè i rintocchi della messa di mezzanotte. Si alzarono dalla tavola e Marina disse che le piaceva andare a messa la notte di Natale, Giorgio, che non era praticante, ma che quella sera si sentiva particolarmente coinvolto, si offrì di accompagnarla. Marina accettò e dopo aver indossato il suo cappotto buono, si recarono in chiesa, dove assistettero alle funzioni seduti sullo stesso banco. Dopo aver scambiato gli auguri con qualche conoscente sul sagrato alla fine della messa, silenziosi ritornarono a casa, dove si salutarono sul pianerottolo, scambiandosi gli auguri di nuovo, ma stavolta con un abbraccio. Marina emozionata rientrò in casa chiudendosi la porta dietro le spalle, le sembrava strano il calore di un uomo accanto a lei, non aveva mai provato quella sensazione, ma era sicuramente piacevole. Da quel giorno Idrys divenne di casa, scappava sempre più spesso, rifugiandosi da Marina che dopo Natale, dal momento che il ghiaccio era rotto, sempre più spesso apparecchiava la tavola per due e gli faceva trovare dei bei bocconcini nel suo vecchio piattino. Erano trascorsi i mesi invernali e quei pranzi o quelle cenette in compagnia, quel sorseggiare un bicchierino di liquore fatto in casa di cui Marina era maestra, erano diventate una piacevole consuetudine. Giorgio elegante e profumato, non arrivava mai a mani vuote, prima di recarsi dalla sua amica scendeva sempre in piazzetta, dove acquistava un vassoietto di paste o un cono di caldarroste dall’ometto all’angolo, che consumavano insieme chiacchierando di un’infinità di cose che li accomunava. Una domenica pomeriggio, all’inizio della primavera, Giorgio bussò alla porta di Marina con in mano un mazzo di fiori, li aveva scelti lui, sapeva infatti quelli che le piacevano e la invitò ad uscire per andare al cinema e poi cena al ristorante, con la scusa di voler ricambiare i suoi numerosi inviti. Marina trovò la cosa inconsueta, ma  accettò senza pensarci, erano secoli che non usciva con qualcuno. Si vestì con cura, si profumò, un trucco leggero accese i suoi lineamenti ancora giovanili  e uscirono insieme. Il ristorante era sobrio, ma elegante, la cucina era ottima, mangiarono di gusto, poi nel bel mezzo della cena, Giorgio prendendole una mano, le si avvicinò all’orecchio e le chiese “ Marina, vuoi sposarmi?”. Marina arrossì come una scolaretta e annuì con la testa, lui le baciò la mano teneramente e le accarezzò la guancia infuocata, cercando di asciugare quelle lacrime che incontenibili, continuavano a scorrerle dagli  occhi.

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Io mi diletto: La mia poesia


Penombra

Un soffio…

spengo

la tremula fiammella

e si dissolve il tuo profilo

nel buio

dei miei pensieri.

Rintocchi ascolto

e l’abbaiare d’un cane

nella notte,

brividi sento

infiltrarsi acuti

nel calore del tuo abbraccio.

Sei andato via

fredde le lenzuola

accarezzo nella penombra,

annuso il tuo profumo

per immaginarti

ancora qui

e indosso

piume d’aurora

sulla pelle nuda.

Maria Cavallaro

 

Io mi diletto: La mia poesia


Passionale incanto

 

Aliti

nel mio pensiero

e si adagia il tuo profumo

nell’ala del tempo,

dove si annida impudica

l’onda del desiderio.

Amarti,

nell’abbraccio

di uno sguardo che scioglie,

come cera

in un raggio di sole

e sentirti bruciare

sulla pelle,

nell’ardore

di morbide carezze.

Amarti

dove i  cuori

scivolano sulla mente

e nell’armonica danza

dei corpi fusi,

ascoltare

il galoppo dei sensi

nell’eco

del creato,

per leggere nei tuoi occhi

l’abbandono infinito

d’un passionale incanto.

Maria Cavallaro