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Capodanno, che cos’è?


 

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Anche quest’anno è andata, è avvenuto l’atteso traghettamento da un anno all’altro, con cenoni ricchissimi, auguri , baci e abbracci, in un banale rituale che si ripete ogni anno, ma non ha una significato vero e proprio, perché l’anno neonato è uguale al vecchio, con le stesse criticità, gli stessi problemi , non ci si sveglia il primo gennaio con una pelle nuova, è tutto come prima, con montagne di cose da lavare e resti da smaltire. Eppure, sarebbe triste andarsene a letto senza aspettare questo annuale passaggio, l’uomo vive anche di illusioni, effimere quanto vuoi, ma che per un attimo gli fanno dimenticare le sue fragilità. Mi piace riportare il pensiero di Antonio Gramsci, che seppur in modo più deciso e incontrovertibile , si accosta la mio modesto sentire.

“Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. “
…….”Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

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Auguri di un felice anno nuovo!


 

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Lemme lemme si accinge a partire l’anno vecchio, stanco annoiato, col mantello pieno di buchi e il bastone nodoso, se ne va nel regno degli anni, donde era partito neonato e pieno di speranze. Ma come di consueto lascia il suo bastone sulla soglia del tempo, non ne ha più bisogno adesso che non è più in auge. A quel bastone, pesante eredità per il giovane anno, sono legati tutti i nodi, le beghe le malversazioni che hanno rattristato l’anno vecchio, che gli hanno dato filo da torcere, ma non è riuscito a risolvere. Così il giovinetto nasce già con la schiena curva, un vecchietto dal volto bambino che si ritrova matasse da sbrogliare sospese al momento del cambio, ma che gli si propongono subito appena arrivato. Come suonano quasi beffardi quegli auguri che gli uomini si scambiano allo scoccare della mezzanotte! Sono solo pii desideri che per lo più verranno disattesi dal nuovo anno, che indaffarato con le vecchie beghe, lemme lemme si avvia sul suo breve cammino, ma occorre scambiarseli gli auguri, perché siano di buon auspicio, almeno nella magia di una notte particolare come il primo dell’anno.
Mi volto indietro e guardo il mio di anno che sta per concludersi e mi sento in verità contenta di questo scorcio di vita che personalmente mi ha dato tanto, prima cosa la salute mia e dei miei cari, poi un pò di lavoro per mio figlio che ne ha di bisogno, ma soprattutto l’inizio di questa nuova vita che cresce nel grembo della sua mamma e che aspettiamo con gioia per l’anno che verrà. Di sicuro per me questo sarà un anno da non dimenticare e mi torna in mente lo stupore che provavo da bambina quando pensavo al 2015, un anno così lontano nel quale non riuscivo nemmeno ad immaginarmi e invece lo abbiamo vissuto e già ci proiettiamo nel prossimo futuro, ma senza fare progetti a lunga scadenza.

Auguri a tutti di un nuovo anno ricco di pace salute serenità e lavoro, i quattro elementi che costituiscono la vera ricchezza di una vita felice.

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Auguri donne! la mia poesia : Mamma tra le ciglia


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Auguri a tutte le donne, missionarie di pace e di vita, che portano avanti il loro messaggio in prima linea. Un ricordo per quante hanno dovuto soccombere alla brutalità del loro quotidiano vivere.

Mamma tra le ciglia.

Quello sguardo
attorcigliato al sorriso
si nasconde
tra la siepe di ciglia
ed io donna, m’ innalzo torre d’avorio
nel mio colorato universo,
mistero nascosto
tra sogno e realtà.
Vivo
le mie fragilità, mentre d’un seme
cresce la vita, che forte rende
il mio grembo
e nel dolore
dispensa la gioia
d’un nuovo vagito.
@MC

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Auguri mamma!


 

Foto: Non so<br /><br /><br />
a chi dare oggi<br /><br /><br />
questo odore di fragole<br /><br /><br />
e questo mazzolino<br /><br /><br />
di fiori profumati<br /><br /><br />
raccolti nel giardino.<br /><br /><br />
Dipingo col pensiero<br /><br /><br />
due versi di poesia<br /><br /><br />
e li spedisco a te<br /><br /><br />
lontana<br /><br /><br />
o mamma mia.<br /><br /><br />
MC<br /><br /><br />
Un pensiero alla mia mamma che mi guarda dal cielo e a tutte le mamme impegnate oggi nel difficile compito di crescere dei figli sani in una realtà piena di insidie di ogni tipo, che attentano alla loro integrità fisica e morale.

Non so a chi dare oggi
questo odore di fragole
e questo mazzolino
di fiori profumati
raccolti nel giardino.
Dipingo col pensiero
due versi di poesia
e li spedisco a te
lontana o mamma mia.
MC
Un pensiero alla mia mamma che mi guarda dal cielo e a tutte le mamme impegnate oggi nel difficile compito di crescere dei figli sani in una realtà piena di insidie di ogni tipo, che attentano alla loro integrità fisica e morale. 

Benvenuto al nuovo anno!


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Lasciamo questo anno senza rimpianti, tranne perché porta via un pezzetto della nostra vita, ma per il resto ci auguriamo come sempre che il prossimo anno sia migliore,  il 2013  è stato pieno di clamori, di voci, di risse mediatiche inconcludenti, con lo spettro della povertà in agguato, poi, come ogni fine d’anno luccicano pronostici e riprese, lavoro e calo della stretta fiscale, programmi e promesse, ma sono solo luci, fatue e incerte, speriamo che qualcosa prenda corpo finalmente. Auguriamoci soprattutto la salute e la pace nelle nostre famiglie, partiamo da noi, anche se è sempre difficile, perché nessuno è un’isola autosufficiente e spesso i nostri sforzi sono vanificati dagli altri e dalla contingenza. Vi abbraccio di cuore, Buon Anno! 
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Il mio racconto di Natale: Le due solitudini


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Marina aveva finito di preparare la cena di Natale, aveva apparecchiato la tavola a festa per due , come quando c’era la sua povera mamma, le sembrava così di non essere tanto sola, aveva messo la tovaglia rossa e il candelabro d’argento con le candele rosse, i piatti di porcellana e i bicchieri di cristallo. Non aspettava nessuno lei, suo fratello era andato in America, lasciandola con la madre anziana, Marina aveva sperato per qualche tempo di trovare un compagno, era carina, istruita di buon gusto, ma gli uomini sembravano non accorgersi di lei, a volte si sentiva invisibile. Così festeggiava il Natale da sola e poi andava alla messa di mezzanotte, per stare in mezzo alla gente, per fare gli auguri a qualcuno, per sentirsi viva fuori da quel suo appartamento curato e lindo, ma pieno della sua solitudine. Prima che si facesse troppo tardi, chiuse il sacchetto della spazzatura, si mise in testa uno scialle e si apprestò a uscire sul pianerottolo per scendere fino cassonetto sotto casa sua. Il caso volle che proprio in quel momento, il suo dirimpettaio, un vedovo ancora piacente, che viveva in solitudine insieme al suo gatto bianco e sordo, si apprestasse a uscire, lei imbarazzata lo salutò sussurrando a fil di voce “Buon Natale!” Giorgio, così si chiamava, rispose al saluto e ricambiò gli auguri, quest’attimo di distrazione diede occasione  a Idrys, il gatto bianco di Giorgio, di uscire fuori e sfrecciando davanti a Marina, di entrarle in casa, forse attratto dal buon profumo della cena. Giorgio contrariato guardò Marina con aria di scuse e le chiese il permesso di entrare per recuperare il gatto, che non poteva sentire i suoi richiami perché sordo. Giorgio da quando era morta la moglie, cui era legatissimo, viveva in grande riservo, usciva solo per comprare il giornale e andare al supermercato e dal momento che non sapeva cucinare bene, ogni tanto si concedeva qualcosa alla rosticceria di fronte. Ed era lì che stava andando, quella sera non aveva voglia di mangiare la solita mozzarella, mezzo pollo con le patatine sarebbe andato  bene per lui e anche per Idrys, che non lo lasciava un minuto con lo sguardo, aspettando i bocconcini che generosamente gli lasciava cadere. Marina non poteva rifiutarsi di farlo entrare, anche perché pensava di aver lasciato sul tavolo una teglia fumante e  non le andava proprio che la sua cena di Natale finisse in bocca al gatto. Così vincendo il suo evidente imbarazzo, posò il sacchetto sul pianerottolo e  fece strada a Giorgio verso la cucina. Giorgio si fece tutto occhi e quando scorse la coda di Idrys sotto il tavolo si abbassò chiamandolo. Il gatto ubbidiente gli saltò in braccio miagolando e Giorgio ebbe un sospiro di sollievo vedendo che non aveva combinato guai. Poi si scusò ancora con Marina per il disturbo e lasciando cadere l’occhio sulla tavola apparecchiata per due, disse rivolto a Idrys: “Andiamo su birbaccione , la signorina attende un ospite, togliamo il disturbo!” Marina arrossì fino alla cima dei capelli, poi cercò di giustificarsi, raccontando di come fosse triste il Natale senza la sua mamma e di come le fosse di conforto apparecchiare la tavola anche per lei,  nei giorni di festa. Giorgio le chiese scusa e a sua volta le confidò la sua solitudine, dopo la perdita della moglie. Difatti il poveretto era proprio solo, non avevano avuto figli lui e la sua Luisa e quindi avevano vissuto l’uno per l’altro, insieme a quel gatto che era invecchiato con loro. Marina si asciugò una lacrima col dorso della mano e guardando Giorgio negli occhi, vide che anche lui aveva lo sguardo lucido e ad un tratto, accanto a quel signore distinto e tanto triste, si sentì meno sola. Prese il coraggio a due mani e con un fil di voce lo invitò a restare, la cena era abbondante e la tavola era già pronta. In fondo lei e Giorgio si conoscevano da sempre, che c’era di male a passare una serata di festa insieme, davanti a una buona tavola! Avrebbero sicuramente scacciato le loro solitudini. Giorgio si schermì un pò, ma in fondo aveva voglia di restare, quel buon profumo di cucina gli ricordava le belle cene che gli preparava la sua Luisa e che da tempo non sentiva, anche Idrys voleva restare e miagolò sornione. Così accettarono l’invito, Giorgio con la scusa di andare a chiudere la porta, prese dalla sua credenza una bella bottiglia di vino buono, che si concedeva nelle occasioni speciali e la portò a Marina, pregandola di aprirla per farla ossigenare. Si sedettero a tavola e mangiarono lentamente assaporando le pietanze prelibate e chiacchierando del più e del meno, anche Idris ebbe la sua porzione in un vecchio piattino che Marina gli aveva messo vicino alla sedia di Giorgio. Il tempo era trascorso piacevolmente, quando la campana della chiesa battè i rintocchi della messa di mezzanotte. Si alzarono dalla tavola e Marina disse che le piaceva andare a messa la notte di Natale, Giorgio, che non era praticante, ma che quella sera si sentiva particolarmente coinvolto, si offrì di accompagnarla. Marina accettò e dopo aver indossato il suo cappotto buono, si recarono in chiesa, dove assistettero alle funzioni seduti sullo stesso banco. Dopo aver scambiato gli auguri con qualche conoscente sul sagrato alla fine della messa, silenziosi ritornarono a casa, dove si salutarono sul pianerottolo, scambiandosi gli auguri di nuovo, ma stavolta con un abbraccio. Marina emozionata rientrò in casa chiudendosi la porta dietro le spalle, le sembrava strano il calore di un uomo accanto a lei, non aveva mai provato quella sensazione, ma era sicuramente piacevole. Da quel giorno Idrys divenne di casa, scappava sempre più spesso, rifugiandosi da Marina che dopo Natale, dal momento che il ghiaccio era rotto, sempre più spesso apparecchiava la tavola per due e gli faceva trovare dei bei bocconcini nel suo vecchio piattino. Erano trascorsi i mesi invernali e quei pranzi o quelle cenette in compagnia, quel sorseggiare un bicchierino di liquore fatto in casa di cui Marina era maestra, erano diventate una piacevole consuetudine. Giorgio elegante e profumato, non arrivava mai a mani vuote, prima di recarsi dalla sua amica scendeva sempre in piazzetta, dove acquistava un vassoietto di paste o un cono di caldarroste dall’ometto all’angolo, che consumavano insieme chiacchierando di un’infinità di cose che li accomunava. Una domenica pomeriggio, all’inizio della primavera, Giorgio bussò alla porta di Marina con in mano un mazzo di fiori, li aveva scelti lui, sapeva infatti quelli che le piacevano e la invitò ad uscire per andare al cinema e poi cena al ristorante, con la scusa di voler ricambiare i suoi numerosi inviti. Marina trovò la cosa inconsueta, ma  accettò senza pensarci, erano secoli che non usciva con qualcuno. Si vestì con cura, si profumò, un trucco leggero accese i suoi lineamenti ancora giovanili  e uscirono insieme. Il ristorante era sobrio, ma elegante, la cucina era ottima, mangiarono di gusto, poi nel bel mezzo della cena, Giorgio prendendole una mano, le si avvicinò all’orecchio e le chiese “ Marina, vuoi sposarmi?”. Marina arrossì come una scolaretta e annuì con la testa, lui le baciò la mano teneramente e le accarezzò la guancia infuocata, cercando di asciugare quelle lacrime che incontenibili, continuavano a scorrerle dagli  occhi.

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