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Era il 25 aprile di tanti anni fa…


 

Oggi 25 aprile… questa data mi riporta indietro negli anni, dove riaffiora un bellissimo ricordo della mia giovinezza. Era la metà degli anni sessanta, altri tempi, quando il lavoro era la cosa più importante della vita e il mio papà lavorava anche nei giorni di  festa. Di questi tempi era il periodo di raccolta delle patate e il mio papà le coltivava con grande amore , anche perchè allora valevano sul campo, non solo all’ortofrutta come ora e i produttori ne ricavavano un buon guadagno. Proprio come oggi, avrò avuto sedici anni e frequentavo già il liceo, essendo vacanza, decisi di accompagnare la mia mamma che andava in campagna per aiutare papà nella raccolta. Ce ne andammo con l’autobus, un viaggio breve attraverso i giardini di limoni e di arance tutti in fiore e il loro profumo inebriante entrava dai finestrini aperti. Ancora non avevamo la macchina e il mio papà andava a lavorare nel campo con la bicicletta, così quando fummo a destinazione erano già le dieci…lui lavorava già dalle prime luci … che meraviglia ai nostri occhi… le patate luccicavano sotto il sole in due bianche corsie contornate dal verde delle foglie sdradicate, papà le aveva sterrate con la zappa e le aveva stese al sole ad asciugare: patate di ogni misura, ma tutte belle e polpose.I l sole era già alto, cominciammo a raccoglierle, con mamma facevamo a gara per trovare il tubero più grosso… non ci crederete, ma alla fine la patata più grande pesava ben novecento grammi, era un mostro di grandezza, l’indomani ne facemmo una frittata grandiosa. Il sole era cocente , si sudava, ma il lavoro incalzava, papà continuava a sterrare patate come un trattore, i tuberi si ammucchiavano come sassi dietro di lui , io e mamma ci affrettavamo a riempire i cestini, che svuotavamo nei sacchi di iuta facendo a gara a chi ne raccoglieva di più. Io ho sempre amato il contatto con la natura e con la terra e quando mi trovo immersa non penso più a nulla, mi piace vivere intensamente quella giornata diversa, così non badavo allo sporco nè alla polvere , mi asciugavo il sudore con le braccia impolverate e facevo il mio lavoro a fianco di mia madre, che era più esperta, ma io ero più giovane e forzuta. Così ci ritrovammo a sera con una lunga fila di sacchi pieni ed io che reggevo il sacco mentre mamma versava, mi impolverai dalla testa ai piedi. L’acqua che avevamo non era sufficiente per lavarmi tutta, mamma non si era sporcata come me… intanto dovevamo riprendere l’autobus per tornare a casa, io non ero più presentabile, mi vergognavo, era lo stesso autobus che tutte le mattine linda e agghindata prendevo per andare a scuola… per fortuna mi vide la moglie del fattore, che gentilmente mi offrì l’uso del suo bagno, dove potei lavarmi e indossati i vestiti puliti, riprendemmo l’ultimo autobus per tornare a casa. La sera mi misi a letto stanchissima, se chiudevo gli occhi vedevo patate che  ballavano davanti a me, poi mi addormentai e dormii come un sasso. Nella notte l’acido lattico fece il suo effetto, io che non avevo mai fatto quel lavoro, la mattina dopo mi svegliai con le gambe tutte doloranti, camminavo rigida come un automa, non mi potevo piegare e fu così per una settimana…Oggi ripenso con grande tenerezza ai miei cari, che hanno vissuto una vita di lavoro, senza risparmiarsi, per permettermi di diventare migliore di loro… quei soldi faticosamente guadagnati servivano per pagare i miei studi e se sono qui che racconto a voi la nostra storia, questo lo devo a loro.   

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Carnevale sulle spalle di papà.


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viareggio2008

Aria di carnevale veste la città nonostante la crisi, coriandoli, bancarelle, odore di frittelle, di torrone e zucchero filato che investe le narici, stimolando il desiderio di addentare una barretta croccante e dolcissima con  le mani che diventano appiccicose, ma non importa. Io quest’anno non ho voglia di carnevale, ma ricordo con piacere quando piccina il mio papà mi portava a cavalluccio per farmi vedere i carri e le maschere. Andavamo in città per vedere la sfilata con un autobus sbuffante e stracolmo di gente, allora non c’erano molte macchine private e i miei genitori giovanissimi che avevano tanto entusiasmo, salivano su quest’autobus allegro e godereccio per portarmi alla festa. Io non capivo molto, ma il tutto mi creava una certa impressione che ricordo tutt’ora, come di un mondo fatato che mi faceva quasi paura. Le spalle di papà erano un ottimo punto di osservazione, lui abituato a sollevare pesi ben più pesanti, mi sosteneva come un fuscello e mi incitava a fare scherzi, a rubare i cappelli, a solleticare le orecchie delle persone.Io con l’immancabile palloncino legato al braccio, mi davo da fare e mi piaceva vedere l’allegria del mio papà e le facce un pò sorprese dei malcapitati, che subito si illuminavano di un gran sorriso quando vedevano la mia faccia birichina mentre sventolavo il cappello come un trofeo. Erano tempi che ci si divertiva con poco, i carri   più rozzi e semplici di adesso, si ispiravano alla satira cittadina che faceva molto ridere e il percorso allegorico grottesco si limitava al centro storico, creando un’atmosfera più raccolta e godereccia. Io alla fine stanca mi addormentavo e i miei si avviavano all’autobus per ritornare a casa, portandomi a turno fra le braccia. In questi giorni che il mio papà mi ha lasciato, il calore di questi ricordi me lo fa sentire vicino e penso di essere stata fortunata ad avere dei genitori che tanto mi hanno donato, anche nelle piccole cose, importanti per il mondo di un bambino.

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