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Briciole


 

 

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Quel che resta non è mai troppo nè troppo poco, se lo gustiamo a briciole, assaporandolo lentamente per inebriare il gusto e coltivare l’illusione che non può finire. Nasciamo uomini e diventiamo formiche. In fondo cos’è la vita se non una continua illusione, uno sbriciolarsi di tutto nel bene e nel male? Crollano i ponti più arditi, i grattacieli d’acciaio, crollano le convinzioni e il potere, passano anche i grandi uomini e di tutto restano solo briciole di ricordi.

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La mia poesia: Ricordi d’amore


 

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Stasera

voglio scrivere il tempo

che ci ha solcato il viso

e di noi,

sagome lente,

in movimento

fra spicchi di luce

e ombre incombenti.

Voglio scrivere

quel che resta

fra un bacio e una carezza,

pensieri intrappolati

fra i nostri silenzi,

parole d’amore

e sguardi eloquenti,

correndo ancora

su quel prato

di campanule gialle,

dove ci riporta il pensiero,

a spolverare fotogrammi vissuti

di giovinezza andata.

Maria Cavallaro

 

 

 

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Io mi diletto: La mia poesia “Le tue mani”


 

 

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Crepitano
come ricordi gettati sul fuoco,
questi ciocchi di legno
rubati alla neve
e rischiarano il nostro silenzio,
affollato di fantasie
costruite al di là del muro.
Nel cosmo d’un sentimento
che serra la gola,
sento
le tue mani
come acqua sui fianchi,
e conto
i rintocchi gravi
d’un pendolo,
quando del giorno
si fa luce il tuo sorriso.
Mi alzo vestita d’aurora,
e cade quel velo di nubi
intinte d’un fragile azzurro,
che si adagia sui desideri
coprendo
le mollezze della notte.

Maria Cavallaro

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Io mi diletto: La mia poesia Pagine


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Sottili pensieri
dove il tempo
non conosce ricordi,
vagano,
interrogandosi di te,
di noi,
abbarbicati a questo amore
che scrive pagine sul cuore,
e disegna sulla pelle
arabeschi profumati.
Laser di emozioni
cancellano
vecchie malinconie,
che si perdono
in questo cono di luce,
dove mi lascio andare,
sospesa
nella dimensione dell’aria,
vortice di desiderio
nelle tue mani calde,
sinfonia di sospiri
sui confini delle labbra,
nel loro irrequieto
incontrarsi.

Maria Cavallaro

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Io mi diletto: La mia poesia Vibrazioni


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Vibrazioni

*****

Esci
in questo rosso di sera,
fra dune di nuvole
e refoli di vento,
in questo spazio
dove batte il pendolo
di giorni incerti.
Affoga
il brulicar dei ricordi,
piccole farfalle notturne,
nel caldo alone
d’un lampione antico.
Segui
irresistibile il richiamo,
di piccole vibrazioni  ignare,
che ti solleticano il cuore,
mentre sussultano i sensi
in quest’aria sapida
di profumi inediti,
che ai sospiri
s’intrecciano languidi.


Maria Cavallaro

 

 

 

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Io mi diletto: La mia poesia


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Crepuscolo

*****

Scrivo

strofe di malinconia

in questi attimi di crepuscolo

incastonati

nel cielo della sera

e lieve mi accarezza l’anima

il dondolio dell’onda

sulle ali

di questo strano silenzio.

Scivola vago

il velo della memoria,

ricamato pizzo

d’una sposa antica

e mi riporta l’eco

dei ricordi,

come tintinnio di cristalli

nel chiuso freddo

d’una  stanza,

dove non entravo da tempo.

Maria Cavallaro

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Io mi diletto: La mia poesia


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Nella cuna del tempo

*****

Mi attraversano

ricordi scolpiti,

sassi levigati ,

dallo scorrere lento

di acque chete

negli anfratti del cuore.

E tu mi sbocci nella mente,

fiore del mio tempo migliore,

impigliato alla mia anima,

delicato ologramma

di sentimenti andati,

persi

nella cuna del tempo.

Stilli ancora

il miele

di dolci malinconie

consumate nel silenzio

di alati desideri,

scritti

sul velo della sera

e appagati

da una carezza lieve,

come un soffio di vento

sulle rose dell’aurora.

Maria Cavallaro

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Io mi diletto: La mia poesia


 

 

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Eco di conchiglia

 

Aerei di carta
ignari sul filo del tempo,
demoliamo
la gioventù speranzosa
e d’un tratto
nemmeno ti accorgi
del cader delle foglie.
Il passo si trascina 
come eco di conchiglia
nel sorriso dei ricordi
e sbiadiscono
vestigia di bellezza,
affossate
nei solchi della fronte.
Dolce malinconia
ti porti appresso,
mulini a vento
e muri di sabbia,
granelli di pensieri masticati,
riflessi
in un fondo di bottiglia,
che indossa
i raggi luminosi del tramonto.

Maria Cavallaro

 

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Io mi diletto: La mia poesia


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Inquietudine

Passi rubati
alla scala del tempo,
percorsi in salita
affollati
dalla solitudine dei ricordi.
Mi sfiori la fronte,
per spianare
l’ orizzonte
dei miei pensieri sfocati.
Attendo le tue dita
e un angolo si accende,
dove mi rifugio,
e mi distendo
nel balsamo
di consueti gesti.
In te si placa
la mia inquietudine,
nel turbine di emozioni
che sfiorano i sensi,
in una danza di brividi
sulla pelle distesa.

Maria Cavallaro

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Era il 25 aprile di tanti anni fa…


 

Oggi 25 aprile… questa data mi riporta indietro negli anni, dove riaffiora un bellissimo ricordo della mia giovinezza. Era la metà degli anni sessanta, altri tempi, quando il lavoro era la cosa più importante della vita e il mio papà lavorava anche nei giorni di  festa. Di questi tempi era il periodo di raccolta delle patate e il mio papà le coltivava con grande amore , anche perchè allora valevano sul campo, non solo all’ortofrutta come ora e i produttori ne ricavavano un buon guadagno. Proprio come oggi, avrò avuto sedici anni e frequentavo già il liceo, essendo vacanza, decisi di accompagnare la mia mamma che andava in campagna per aiutare papà nella raccolta. Ce ne andammo con l’autobus, un viaggio breve attraverso i giardini di limoni e di arance tutti in fiore e il loro profumo inebriante entrava dai finestrini aperti. Ancora non avevamo la macchina e il mio papà andava a lavorare nel campo con la bicicletta, così quando fummo a destinazione erano già le dieci…lui lavorava già dalle prime luci … che meraviglia ai nostri occhi… le patate luccicavano sotto il sole in due bianche corsie contornate dal verde delle foglie sdradicate, papà le aveva sterrate con la zappa e le aveva stese al sole ad asciugare: patate di ogni misura, ma tutte belle e polpose.I l sole era già alto, cominciammo a raccoglierle, con mamma facevamo a gara per trovare il tubero più grosso… non ci crederete, ma alla fine la patata più grande pesava ben novecento grammi, era un mostro di grandezza, l’indomani ne facemmo una frittata grandiosa. Il sole era cocente , si sudava, ma il lavoro incalzava, papà continuava a sterrare patate come un trattore, i tuberi si ammucchiavano come sassi dietro di lui , io e mamma ci affrettavamo a riempire i cestini, che svuotavamo nei sacchi di iuta facendo a gara a chi ne raccoglieva di più. Io ho sempre amato il contatto con la natura e con la terra e quando mi trovo immersa non penso più a nulla, mi piace vivere intensamente quella giornata diversa, così non badavo allo sporco nè alla polvere , mi asciugavo il sudore con le braccia impolverate e facevo il mio lavoro a fianco di mia madre, che era più esperta, ma io ero più giovane e forzuta. Così ci ritrovammo a sera con una lunga fila di sacchi pieni ed io che reggevo il sacco mentre mamma versava, mi impolverai dalla testa ai piedi. L’acqua che avevamo non era sufficiente per lavarmi tutta, mamma non si era sporcata come me… intanto dovevamo riprendere l’autobus per tornare a casa, io non ero più presentabile, mi vergognavo, era lo stesso autobus che tutte le mattine linda e agghindata prendevo per andare a scuola… per fortuna mi vide la moglie del fattore, che gentilmente mi offrì l’uso del suo bagno, dove potei lavarmi e indossati i vestiti puliti, riprendemmo l’ultimo autobus per tornare a casa. La sera mi misi a letto stanchissima, se chiudevo gli occhi vedevo patate che  ballavano davanti a me, poi mi addormentai e dormii come un sasso. Nella notte l’acido lattico fece il suo effetto, io che non avevo mai fatto quel lavoro, la mattina dopo mi svegliai con le gambe tutte doloranti, camminavo rigida come un automa, non mi potevo piegare e fu così per una settimana…Oggi ripenso con grande tenerezza ai miei cari, che hanno vissuto una vita di lavoro, senza risparmiarsi, per permettermi di diventare migliore di loro… quei soldi faticosamente guadagnati servivano per pagare i miei studi e se sono qui che racconto a voi la nostra storia, questo lo devo a loro.